La vecchia strada consolare Quinzia passava attraverso il colle della Bastia prima che il ponte esistente alla sue falde rovinasse per una piena nel 1307, per essere poi ricostruito più a monte nel 1347.
Bastia è vocabolo di derivazione francese (“bâtie”, da “bâtir”) e si incontra anche in varianti come bastida o bastita, col significato di fortificazione spesso improvvisata utilizzando terra di riporto e graticci (dal franco bastjan). Qualcosa di innovativo, dunque, rispetto all’originale Torre di Benno in materiale lapideo, quale appare in un sigillo ogivale custodito al Museo Nazionale del Bargello.
Il rilievo orografico della Bastia (m. 50 circa sul livello del mare, in sommità) è di per sé un unicum geologico, essendosi formato come un’isola nata allo sfocio della fiumana Elsa nel Valdarno inferiore, ben osservabile dal Monte Pisano al Monte Albano.
Presso la torre sorgeva dal IX secolo la chiesa parrocchiale di Santo Stefano, testa di ponte, con Marcignana, Brusciana e Pianezzoli, della potente diocesi lucchese ai confini occidentali della diocesi fiorentina. La chiesa era suffraganea della pieve di San Genesio in Vico Wallari, culla della futura San Miniato, e viene catalogata nelle Rationes decimarum come “ecclesia” e poi anche “canonica” della Torrebenni.
Dubitiamo fortemente di un effettivo dominio pisano sulla località, nonostante le proclamazioni formali dell’imperatore Federigo, che nel 1161 confermava la giurisdizione di Pisa fino al corso dell’Elsa, dalla Torrebenni “ad Arnum et ad Cannetum”. La situazione politica e lo straripante espansionismo fiorentino tennero sempre lontana Pisa da ingerenze su questo territorio.
Vero è che, con molteplici diplomi, i conti Guidi furono più volte investiti dalle prerogative feudali sulla località (importante un diploma del 1191), ma sappiamo benissimo che ormai, dopo l’assoggettamento di Empoli al comune di Firenze nel 1182, da queste parti comandava la città del Giglio.
Intanto, nella pianura sottostante, si era venuto a costituire il borgo detto di Santa Fiora (“Burgus Sanctae Floris”), quasi in ossequio agli standard urbanistici dell’epoca. Quel borgo si sviluppò a rango di comune di contado in obbedienza a Firenze e partecipò alla campagna del 1260 contro Siena. Il 18 agosto il priore Buono promise il conferimento di tredici staia di grano “pro canonica Turrisbenni” in favore dell’esercito fiorentino, ma dopo la rotta guelfa a Montaperti le scorrerie dei ghibellini e degli imperiali ridussero il paese a malpartito. La riscossa guelfa non si fece attendere e da allora il borgo di Santa Fiora rimase fedelissimo a Firenze, ultimo comune di contado a occidente sul confine di San Miniato.
Il Trecento fu il secolo nel quale il borgo raggiunse la massima espansione e la massima autonomia municipale, ma fu anche un periodo travagliato da grandi catastrofi, quali l’alluvione disastrosa del 1333, e dai continui conflitti bellici che, con le ricorrenti incursioni di Uguccione della Faggiuola e di Castruccio Castracani, di Mastino della Scala e delle sue masnade, segnarono l’ostilità di Pisa e di Lucca contro Firenze. Le interminabili guerre viscontee fecero il resto. La scorreria più feroce e distruttiva fu quella di Ciupo degli Scolari, un fuoriuscito fiorentino al soldo degli scaligeri, che nell’agosto del 1336, dette un tremendo guasto a tutto il territorio. L’impero continuava a proclamare la signoria pisana sul borgo di Santa Fiora e la Bolla d’oro di Carlo IV, ancora nel 1356, riconfermava gli antichi privilegi ormai in desuetudine. Per tutta risposta, anche in vista dell’imminente occupazione di San Miniato, la Repubblica Fiorentina deliberava uno stanziamento “pro fortifiatione castri de Sancta Flore” con provvisione del 12 settembre 1368.
Ignoriamo, allo stato delle ricerche, in quali opere sia consistita tale fortificazione e se, in concreto, sia stata poi posta in essere. Le poche tracce materiali fanno propendere per lavori murari in pianura, ma non si sa se l’intervento abbia interessato anche la Torrebenni sul poggio. Alla fine del Trecento, il borgo di Santa Fiora figurava ancora addetto, come comune autonomo, alla lega militare di Empoli e di Monterappoli, ma nel Quattrocento terminò ogni forma di autonomia e il borgo fu accorpato al comune di Monterappoli, cui rimase aggregato fino alla riforma amministrativa leopoldina del 1774 per passare sotto Empoli.
La vecchia Torrebenni non aveva più alcuna funzione militare. Divenuta una bastia (nel senso sopra detto), le sue fondamenta servirono da sedime per l’impianto di una “casa da signore”, secondo lo stile e la tipologia propri degli architetti rinascimentali, da Michelozzo al Peruzzi e tanti altri.
Comincia nel Cinquecento la vera storia della villa della Bastia. Nella decima fiorentina del 1512 già risulta allibrata come proprietaria la nobile famiglia dei Pucci, che furono i veri artefici della costruzione del nuovo complesso edilizio. Esaurita con la sconfitta di Gavinana (1530) l’esistenza della Repubblica Fiorentina e saliti i Medici al soglio ducale, i Pucci si dimostrarono fieramente ostili a Cosimo I e furono travolti nel fallimento delle congiure da costoro intentate. In forza della “terribile legge polverina” vennero loro confiscati tutti gli averi e da un inventario dell’epoca siamo in grado di apprendere quale fosse la consistenza dei loro possessi nel 1559. Vi si parla di una “casa di Puccio di Rinaldo Pucci posta loco dicto al Ponte a Elsa nel Castello di Santo Stefano alla Bastia”, di “uno podere posto nel populo di Santo Stefano alla Bastia loco dicto in Borgo con casa da lavoratore”, nonché “uno mulino al Ponte a Elsa con gualchiera macinante”.
Ritroviamo questi beni in un dettagliato “ristretto” che fu compilato nel 1583 a cura dell’ordine dei cavalieri di Santo Stefano di Pisa, a cui il duca Cosimo aveva trasmesso in dote gli assegnamenti fondiari confiscati ai Pucci. L’inventario parla di “un palazzo da signore con tutte le sue appartenenze… circondato da un sodo di stiora 6 incirca a seme, entrovi tre mandorli et un olmo et un poco d’orticello per servitio di detto palazzo”.
Siamo ancora ben lontani dall’imponente compendio definitivamente ristrutturato, nell’aspetto e nella volumetria attuali, nel corso del Seicento. La proprietà passò, con atto di permuta del 1650, ai conti Orlandini del Beccuto di Firenze, sicuramente non estranei all’esecuzione di modifiche e di incrementi.
Nel 1852 il conte Fabio Orlandini, sommerso dai debiti, vendette tutto il complesso (villa, fattoria e poderi) al magnate empolese Amadeo Del Vivo, cui si deve l’ammodernamento degli interni, continuato dai suoi discendenti con varie decorazioni degli ambienti. Un particolare curioso: quando nel 1849 fu inaugurata la ferrovia Empoli-Siena, non era prevista la stazione di Ponte a Elsa; solo un casotto nei pressi dell’Osteria Bianca indicava una fermata facoltativa. Amadeo Del Vivo, forte della sua potenza finanziaria, pretese e ottenne dalla compagnia ferroviaria una stazione in piena regola per poter tranquillamente recarsi alla Bastia senza tante complicazioni di viaggio.
Andare in villa è un piacere che non ammette noie e disturbi.
GIULIANO LASTRAIOLI
Bullettino Storico Empolese
Referenze archivistiche e bibliografia essenziale
Archivio Stato Pisa, Cavalieri S. Stefano, 1583, Ristretto de’ beni che la Religione à sotto l’Amministrazione della fattoria della BASTIA al Pont’aelza (sic), hoggi fattore in detta per la Religione il Cavaliere Ascanio Buosi.
Empoli – Una città e il suo territorio, Empoli, Editori dell’Acero, 1997, pp. 83-87.
G. Lastraioli, Un paese scomparso: il Borgo di Santa Fiora, Bullettino Storico Empolese, 1958/1.
G. Lastraioli, Empoli tra feudo e comune, Empoli, Editori dell’Acero, 2006.
L. Mannari, Pieve di San Genesio di Vico Wallari, su La Domenica, San Miniato, 1.3.1959 e 26.4.1959.
V. Pinchera, L’amministrazione centrale delle fattorie dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano in età medicea, in Atti Convegno Pisa.
E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, Firenze, 1833, vol.I, sub voce: Bastia, pp. 287-288.
W. Siemoni – L. Guerrini, Il territorio empolese nella seconda metà del XVI secolo, Firenze, 1987. |